C’è, nella Villa Borghese di Roma, un posto
bello almeno quanto l’omonima Galleria? Sì, la valle dei platani: otto
magnifici Platanus Orientalis che
proprio in questi giorni sono più o meno alla loro quattrocentesima gemmazione.
Chi li piantò fu Scipione
Borghese, il più impresentabile dei cardinali, colui che creò la Villa e la
Galleria Borghese ricorrendo a furti, minacce e sequestri di persona. E piantò questi platani lungo una sola fila, in fondo a una valletta. Oggi quella striscia di alberi è
tutto ciò che resta della flora originale.
Più volte, in passato, ho letto
concetti come “linee energetiche della terra”, “meridiani di forza”, "linee sincroniche" ecc., a cui
sarebbero sensibili animali e piante. I testi da me consultati riportavano esempi da tutto il
mondo, ma il caso eclatante di Villa Borghese, sotto gli occhi dei
romani da generazioni, non l’ho mai trovato.
I platani sono giustamente considerati
monumentali: ci vogliono almeno tre uomini per abbracciarli.
Non a caso parlo di abbracciare, perché è bello farlo con gli alberi. Ogni abbraccio richiede tenerezza e pazienza, tanto più se si tratta di vegliardi pluricentenari.
Un albero è pieno di silenzio. Se lo vogliamo, si prende tutti i nostri pensieri e preoccupazioni, offrendo in cambio qualcosa di buio e misterioso. Per accoglierlo, il cuore si deve aprire.
In tanti parlano di cavalcare la tigre o le onde: in modo altrettanto emozionante si può cavalcare un albero di quattrocento anni, se lo si abbraccia a lungo. Nulla di nuovo: è come l'esperienza che facciamo nelle chiese, nei templi e nelle sale di meditazione, ma un po' diversa. Chi ci fa compagnia in questo caso non è un nostro pari, ma un Maestro: molto venerabile e assai antico.
Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
ed al cantar di là non siate sorde.
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