domenica 26 luglio 2015
venerdì 24 luglio 2015
Quattro cani a Modena
Cosa hanno in comune i quadri Mosè difende le figlie di Jetro (foto d'apertura) e Le nozze di Mosè e Sefora di Charles Le Brun, con L'Adorazione dei Magi di Camillo Procaccini?
Due cose: la prima è che sono tutti esposti nell'ultima sala della Galleria Estense di Modena. La seconda, che nell'angolo inferiore destro hanno un cane tenuto al guinzaglio: mansueto nell'Adorazione dei Magi, sospettoso nelle Nozze di Mosè e Sefora, ringhioso nel Mosè difende le figlie di Jetro.
Accanto alle Nozze di Mosè e Sefora osserviamo il quadro Un miracolo di S. Ambrogio, di Sigismondo Caula.
Stavolta, nell'angolo inferiore destro, ci sono due cani (senza guinzaglio) latranti alla persona indemoniata, o malata, che sta per ricevere il miracolo del santo.
Questo angolo inferiore destro sembra dunque contenere una chiave importante, espressa sempre attraverso la figura di un cane.
I cani non possono sbagliare, perché obbediscono alla legge della loro specie o della natura (A.R. Orage, da P.B. Taylor, Gurdjieff e Orage).
Nella situazione positiva (Adorazione dei Magi), il cane è al guinzaglio e mansueto; in quella difficile ma positiva (Mosè difende le figlie di Jetro), al guinzaglio e ringhioso; in quella dubbia (Le nozze di Mosè e Sefora), al guinzaglio e diffidente (Sefora era una donna straniera, quindi ritenuta moglie inadatta a Mosè); in quella "indemoniata", randagio e senza freni.
Apparentemente, in questi quadri il cane è il simbolo della nostra parte istintiva o animale. Nell'ultima sala della Galleria Estense vediamo rappresentato l'intero spettro delle sue possibilità: dallo stato brado che rende l'uomo indemoniato o malato, alla condizione mansueta dinanzi all'apparizione dei centri superiori (Gesù Bambino). "Per caso" (difficile pensare a una scelta intenzionale dei curatori), quattro quadri con lo stesso, insolito dettaglio sono riuniti in una piccola sala. Sembra quasi che vogliano trasmettere un messaggio: per coglierlo, occorre usare pazienza e attenzione.
Non apprezzare l'arte con il sentimento (Gurdjieff, aforisma nella Study House del Prieuré).
Questo angolo inferiore destro sembra dunque contenere una chiave importante, espressa sempre attraverso la figura di un cane.
I cani non possono sbagliare, perché obbediscono alla legge della loro specie o della natura (A.R. Orage, da P.B. Taylor, Gurdjieff e Orage).
Nella situazione positiva (Adorazione dei Magi), il cane è al guinzaglio e mansueto; in quella difficile ma positiva (Mosè difende le figlie di Jetro), al guinzaglio e ringhioso; in quella dubbia (Le nozze di Mosè e Sefora), al guinzaglio e diffidente (Sefora era una donna straniera, quindi ritenuta moglie inadatta a Mosè); in quella "indemoniata", randagio e senza freni.
Apparentemente, in questi quadri il cane è il simbolo della nostra parte istintiva o animale. Nell'ultima sala della Galleria Estense vediamo rappresentato l'intero spettro delle sue possibilità: dallo stato brado che rende l'uomo indemoniato o malato, alla condizione mansueta dinanzi all'apparizione dei centri superiori (Gesù Bambino). "Per caso" (difficile pensare a una scelta intenzionale dei curatori), quattro quadri con lo stesso, insolito dettaglio sono riuniti in una piccola sala. Sembra quasi che vogliano trasmettere un messaggio: per coglierlo, occorre usare pazienza e attenzione.
Non apprezzare l'arte con il sentimento (Gurdjieff, aforisma nella Study House del Prieuré).
Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
dicendo: “Intrate, ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'ndietro si guata”.
giovedì 23 luglio 2015
Arte religiosa
Oggi ho scoperto l'interessante sito "La caverna di don Falcuccio", che contiene articoli simili ad alcuni del mio blog, per quanto riguarda l'approccio all'arte (vista però dal punto di vista dello yoga e non della Quarta Via). A un certo punto, in quel blog si legge che i quadri e le statue asportati dalle chiese ed esposti nelle gallerie sono opere decontestualizzate e quindi impoverite. Senz'altro è così, ma aggiungerei che anche nelle chiese di oggi le opere appaiono decontestualizzate.
La scomparsa del sottofondo sonoro di canti, preghiere e salmodie ha impoverito le arti figurative delle chiese. Nessuna di queste opere venne creata per quello che oggi è il principale frequentatore delle antiche chiese: il turista. Esse servivano alla contemplazione ed edificazione di fedeli e religiosi. A queste opere si levava lo sguardo durante la preghiera, ovvero in uno stato mentale particolare. La posizione del corpo, l'attività, i suoni e il luogo rendevano diversa e più nutriente la fruizione di queste opere. Si può dire che nel fruitore di un tempo, tutti i centri gurdjieffiani (motorio, emozionale e intellettuale) partecipavano alla contemplazione.
Oggi, quando guardiamo le stesse opere in una Galleria, dobbiamo rinunciare a posizioni, musiche, attività e compagnia umana che risvegliavano l'anima. Il più delle volte, per "agganciare" queste opere abbiamo a disposizione il solo sforzo intellettuale. Ricevere nutrimento da queste opere è ancora possibile, ma occorre passare per altre vie.
All’inizio del Purgatorio, attraverso l’episodio di Casella, Dante ci dice una cosa importante per lui e tutti gli artisti: l’arte può essere un ostacolo sulla via del paradiso, e allora ci vuole un giudice severo, terzo tra artista e pubblico, che risprona tutti al lavoro su di sé (in questo caso, Catone l'Uticense). Ai piedi del Purgatorio, l'arte era stata intrattenimento e perdita di tempo: fine a se stessa, non conduceva il fedele verso Dio. Chissà cosa avrebbe pensato Dante nell'attuale Sala Due degli Uffizi, che ospita la migliore arte duecentesca della Toscana... tutta rimossa da altari di chiese.
All’inizio del Purgatorio, attraverso l’episodio di Casella, Dante ci dice una cosa importante per lui e tutti gli artisti: l’arte può essere un ostacolo sulla via del paradiso, e allora ci vuole un giudice severo, terzo tra artista e pubblico, che risprona tutti al lavoro su di sé (in questo caso, Catone l'Uticense). Ai piedi del Purgatorio, l'arte era stata intrattenimento e perdita di tempo: fine a se stessa, non conduceva il fedele verso Dio. Chissà cosa avrebbe pensato Dante nell'attuale Sala Due degli Uffizi, che ospita la migliore arte duecentesca della Toscana... tutta rimossa da altari di chiese.
Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
dicendo: “Intrate, ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'ndietro si guata”.
mercoledì 22 luglio 2015
Il caldo
I maestri chassidici insegnano che per far sfavillare il creato, si deve riconoscere in ogni oggetto un simbolo, un rinvio al trascendente. Le parabole dei Vangeli invitano a quest'opera, poiché la mercatura, la semina, l'ingaggio di operai, tutto vi diventa veste di spiritualità, e gli spettacoli naturali sono altrettante parabole in attesa del loro esegeta. (Elemire Zolla)
La calura esterna può apparire come la metafora di uno Stato interiore. L'ardore esterno ricorda quello interno. Quest'ultimo può mangiare il primo, perché implica l’accettazione dell’esistente. Si proverà allora quel sentimento di essere presenti qui e ora in mezzo a un mondo anch’esso intensamente esistente (M. Hulin).
La calura esterna può apparire come la metafora di uno Stato interiore. L'ardore esterno ricorda quello interno. Quest'ultimo può mangiare il primo, perché implica l’accettazione dell’esistente. Si proverà allora quel sentimento di essere presenti qui e ora in mezzo a un mondo anch’esso intensamente esistente (M. Hulin).
Ognuno sembra avere bisogno dell'attrito per evolvere. Una differenza sta nel darselo da soli o lasciare che arrivi. Quando si sta già vivendo un attrito,
aiuta aggiungere alla situazione una piccola difficoltà intenzionale: prendersi cura di altre persone, non esprimere negatività, mantenere uno standard elevato. La chiave
sembra essere in quell’“intenzionale”. Tale intenzionalità ci porta verso la Presenza e sembra attirare quell’Aiuto esterno senza cui
non si arriva da nessuna parte.
Quando giunge un attrito, occorre pensare che un angelo si è
inginocchiato davanti a noi per offrircelo. Evidentemente, è la cosa che serve
di più alla nostra anima. Se non fosse stato questo, sarebbe stato qualcos’altro.
Un insegnante di yoga mi disse una volta che in una barca a
vela, quando reggi il timone, non provi più mal di mare. La stessa cosa avviene quando
si guida in montagna: se tieni il volante, non hai malessere. Esercitare il
controllo è una possibile cura, così come darsi intenzionalmente un attrito può aiutare a superare le difficoltà già presenti. L’essere arriva
attraverso i metodi più imprevedibili, e la combustione interna è maggiore di quella esterna.
San Cipriano: Sente pena delle avversità del mondo colui la cui letizia e gloria è tutta nel mondo.
San Cipriano: Sente pena delle avversità del mondo colui la cui letizia e gloria è tutta nel mondo.
Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
dicendo: “Intrate, ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'ndietro si guata”.
martedì 21 luglio 2015
Nisargadatta
A Francis Roles bastò sentir dire a Shantananda Saraswati: "Il punto è che non ricordiamo mai noi stessi", per convincersi di aver ritrovato la sorgente della Quarta Via in India. Secondo Dorine Tolley, quando Roles udì queste parole, ne fu "elettrizzato". Chissà come avrebbe reagito se, invece del misconosciuto Shantananda Saraswati, avesse incontrato Nisargadatta Maharaj, il famoso "beedi guru" di Bombay. Sfogliando le trascrizioni dei discorsi di quest'ultimo, si ha infatti la sensazione di stare leggendo un testo di Quarta Via.
Identificarsi con qualcosa in particolare è l'unico peccato esistente.
Virtù è ricordarti di te stesso. Peccato è dimenticarti di te.
Resta immobile nella conoscenza che ogni cosa percepita è transitoria e che solo "Io sono" è durevole.
Fonda te stesso stabilmente nella consapevolezza dell'"Io sono": questo è l'inizio e la fine di ogni sforzo.
L'"Io sono" è certo. "Io sono questo o quello" non lo è.
Quando la mente sta nell'"Io sono" senza muoversi, entri in uno stato che non può essere verbalizzato, ma può essere sperimentato.
Purificati per mezzo di una vita ordinaria e utile.
L'arte della meditazione è l'arte di focalizzare l'attenzione su livelli sempre più sottili senza mai perdere la padronanza dei livelli lasciati dietro di sé.
L'"Io sono" gurdjieffiano, il buon padre di famiglia, l'idea che gli stati superiori non cancellano, ma si aggiungono a quelli inferiori: i principi della Quarta Via sono qui esposti con chiarezza e vigore. Ecco il racconto della sadhana o Lavoro che Nisargadatta effettuò su di sé. In esso c'è molto di Quarta Via:
Il mio guru mi ordinò di attenermi alla sensazione "Io sono" e di non badare ad altro. Ubbidii. Non praticai alcuna respirazione particolare, meditazione o studio delle scritture. Qualunque cosa accadesse, vi distoglievo l'attenzione e restavo con la sensazione "Io sono". Può sembrare un po' troppo semplice o perfino grossolano, ma lo facevo perché me lo aveva detto il Guru. E ha funzionato!
A Orage, Gurdjieff raccontò la sua gioventù in modo un po' diverso da come aveva fatto in Incontri con uomini straordinari. La sintesi è in Gurdjieff e Orage di P.B. Taylor, a pag. 46. Secondo tale resoconto, il Maestro armeno peregrinò in lungo e in largo, con scarso profitto spirituale, fino a quando non arrivò in India, perché lì "l'evoluzione dello spirito umano trova il suo centro". Forse Francis Roles e gli ouspenskiani non ebbero tutti i torti a ritenere che le origini del Sistema fossero in India.
L'"Io sono" gurdjieffiano, il buon padre di famiglia, l'idea che gli stati superiori non cancellano, ma si aggiungono a quelli inferiori: i principi della Quarta Via sono qui esposti con chiarezza e vigore. Ecco il racconto della sadhana o Lavoro che Nisargadatta effettuò su di sé. In esso c'è molto di Quarta Via:
Il mio guru mi ordinò di attenermi alla sensazione "Io sono" e di non badare ad altro. Ubbidii. Non praticai alcuna respirazione particolare, meditazione o studio delle scritture. Qualunque cosa accadesse, vi distoglievo l'attenzione e restavo con la sensazione "Io sono". Può sembrare un po' troppo semplice o perfino grossolano, ma lo facevo perché me lo aveva detto il Guru. E ha funzionato!
A Orage, Gurdjieff raccontò la sua gioventù in modo un po' diverso da come aveva fatto in Incontri con uomini straordinari. La sintesi è in Gurdjieff e Orage di P.B. Taylor, a pag. 46. Secondo tale resoconto, il Maestro armeno peregrinò in lungo e in largo, con scarso profitto spirituale, fino a quando non arrivò in India, perché lì "l'evoluzione dello spirito umano trova il suo centro". Forse Francis Roles e gli ouspenskiani non ebbero tutti i torti a ritenere che le origini del Sistema fossero in India.
Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
dicendo: “Intrate, ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'ndietro si guata”.
lunedì 20 luglio 2015
I lunedì della poesia - Non tutta
Non tutta alle cure del quotidiano
ti cedi: qualcosa avanzi, lo serbi
per scintillii prossimi – giungeranno,
lo sai, già sono qui – Mi piaci,
la tua continenza parla dell’estasi
che è stata, che sarà – una figura
magnetica, più grande ti avvolge
Dentro il riserbo il cuore ampio
annota, registra, mette da parte:
semi di una gioia non solo tua,
di chi ti sarà vicino, sostegno
ai tuoi cari – i giorni che su noi piegano
una fame sempre insaziabile
risparmiano in te sola qualcosa:
profonda è l’acqua dei tuoi occhi.
ti cedi: qualcosa avanzi, lo serbi
per scintillii prossimi – giungeranno,
lo sai, già sono qui – Mi piaci,
la tua continenza parla dell’estasi
che è stata, che sarà – una figura
magnetica, più grande ti avvolge
Dentro il riserbo il cuore ampio
annota, registra, mette da parte:
semi di una gioia non solo tua,
di chi ti sarà vicino, sostegno
ai tuoi cari – i giorni che su noi piegano
una fame sempre insaziabile
risparmiano in te sola qualcosa:
profonda è l’acqua dei tuoi occhi.
Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
dicendo: “Intrate, ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'ndietro si guata”.
domenica 19 luglio 2015
"Be Present First"
Oggi segnalo il blog di un Amico studente di Quarta Via e in particolare il suo articolo sulla trasformazione della sofferenza (in inglese), che contiene ottime cose.
L'articolo prende spunto da un'affermazione di Rodney Collin: La sofferenza è un fissativo, come il mordente che si usa per fissare i colori. Tende a fissare tutto ciò che nell'uomo è predominante nel momento del dolore. Ciò vuol dire, in pratica, che se quando soffriamo reagiamo con il lamento, diventeremo persone sempre più negative e lamentose; se bloccati nel traffico reagiamo con l'indignazione e la collera, saremo sempre più cupi e rancorosi nella nostra vita; se ci imponiamo un digiuno per diventare più magre e belle, diventeremo sempre più vanitose ecc.
In altre parole, "Quando soffri, devi stare attento al modo in cui reagisci al dolore, perché rafforzi tutto ciò che pensi o senti mentre soffri".
Questo, ovviamente, può avere delle ricadute positive. A esempio: "Se vogliamo essere più presenti, dobbiamo essere presenti mentre soffriamo, e se vogliamo rafforzare la nostra capacità di essere amorevoli e compassionevoli, dobbiamo esercitarci a vivere queste emozioni mentre soffriamo".
Si tratta di un insegnamento molto pratico. Ecco perché monaci e asceti si imponevano privazioni e sofferenze: "Per fissare le loro credenze e sentimenti religiosi mediante la sofferenza". "Anziché aspettare che le difficoltà arrivassero nella loro vita, se le andavano a cercare e in tal modo cominciavano a separare la loro volontà dal corpo, ovvero da ciò che sperimentava la sofferenza."
L'articolo prosegue parlando di Marco Aurelio, Gurdjieff e situazioni della vita quotidiana: è tutto da leggere e devo dire che questo blog inglese, bepresentfirst.com, è uno dei migliori che conosca.
Le persone che hanno raggiunto le più più profonde intuizioni nei loro diversi campi, devono essersi tutte poste, a un certo punto, questa domanda: "Come rendere permanenti queste intuizioni, anche in tempo di malattia, vecchiaia e progressivo disfacimento?" Sembra che gli artisti in modo intuitivo, e gli insegnanti in modo conscio, siano arrivati alla stessa comprensione: la sofferenza deliberatamente scelta può fornire il fissativo, il mordente necessario affinché le lezioni apprese in vita si fissino indelebilmente nel materiale dell'essere di un uomo. Rodney Collin
Le persone che hanno raggiunto le più più profonde intuizioni nei loro diversi campi, devono essersi tutte poste, a un certo punto, questa domanda: "Come rendere permanenti queste intuizioni, anche in tempo di malattia, vecchiaia e progressivo disfacimento?" Sembra che gli artisti in modo intuitivo, e gli insegnanti in modo conscio, siano arrivati alla stessa comprensione: la sofferenza deliberatamente scelta può fornire il fissativo, il mordente necessario affinché le lezioni apprese in vita si fissino indelebilmente nel materiale dell'essere di un uomo. Rodney Collin
Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
dicendo: “Intrate, ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'ndietro si guata”.
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