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giovedì 12 novembre 2015

Un doppio ricordo


Diana Huebert fu una danzatrice classica di Chicago, abbastanza nota - sembra - negli anni Venti e Trenta. Dal 1932 al 1935 frequentò assiduamente Gurdjieff. Di quegli incontri, ci ha lasciato deliziosi appunti scritti negli anni Settanta e mai pubblicati. Da essi è tratto il seguente passaggio:

[Diana ha appena manifestato a Gurdjieff il dubbio se continuare a praticare danza, in quanto si sente troppo avanti con gli anni.]
Quando ebbi finito, Gurdjieff si alzò dalla scrivania e venne verso di me. Con grande emotività, mi disse:
"Da dove vengo io, nei monasteri, ci sono molti ottimi danzatori, a tutti gli stadi di sviluppo e di ogni età. Solo i danzatori più anziani, però, hanno il permesso di danzare nei templi. Solo chi ha finito anni e anni di apprendistato. Solo le donne più anziane danzano nei riti. E sono tutte fuoco... tutte perfezione... i loro movimenti sono meravigliosi... ogni cosa viene eseguita con precisione. Tutte queste donne sono anziane, superano i sessanta anni, ma danzano come Dee".

Gurdjieff qui appare come un uomo che per tutta la vita ha portato nel cuore il ricordo non solo di se stesso, ma anche degli Amici con cui ha Lavorato. 

Ordinariamente, quando un uomo si separa dalla sua comunità spirituale, comincia a perdere il Lavoro. Con il tempo, potrebbe anche convincersi che Esso non esiste e lui è stato vittima di un'allucinazione. Per fortuna, esiste anche un punto oltre il quale si crea "una tendenza permanente a evolversi": in quel caso, ovunque si vada, l'Insegnamento resta con noi. A una condizione: che si continui a fare pagamento. La stessa Huebert ci racconta, a esempio, che in cucina Gurdjieff indossava volontariamente un grembiule sporco, in quanto ciò gli dava naturalmente fastidio. 

Lasciava intenzionalmente quelle macchie come sofferenza volontaria ... "Lo faccio per oppormi al fastidio 'schiavizzante'." Questa fu una lezione oggettiva per me e gli altri. Il Maestro usava continuamente ogni mezzo come fattore di Ricordo

Del resto, un altro dei possibili pagamenti è proprio fare lo sforzo di ritrasmettere l'Insegnamento in altre terre, lontano da dove lo si è ricevuto: il che costituì buona parte della vita adulta di Gurdjieff.

Anche se l'Insegnamento viene tenuto in vita dentro di noi, però, resta indelebile il ricordo di chi ce lo ha trasmesso, soprattutto se era un'intera comunità di persone che Lavoravano. Stare vicino a queste persone, percepirne "la Bàraka" (termine islamico impiegato dalla Huebert per indicare l'energia sottile), poteva già essere una forma di ricordo di sé. E quando ci ricordiamo di noi stessi... ce lo ricordiamo.

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
dell’ortolano eterno, am’io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto.

martedì 10 novembre 2015

Lezioni di Economia


L'otto aprile 1924, a New York, un uomo chiese a Gurdjieff con quali soldi mantenesse il suo Istituto. La risposta di Gurdjieff costituisce l'ultimo capitolo del libro Incontri con uomini straordinari e comincia così: "La domanda che lei mi pone, stimatissimo dottore, ha sempre incuriosito una quantità di gente intorno a me".

Novantuno anni dopo, la situazione non è cambiata. Gli studenti di Quarta Via si sentono spesso chiedere: "Come si manteneva, Gurdjieff?". Il sottinteso è che se lo mantenevano i suoi studenti, era un personaggio sospetto. Eppure, in tutto il mondo gli uomini di religione (preti, monaci, cardinali, papi) vengono mantenuti volontariamente dai loro fedeli. Se fosse stato così anche per Gurdjieff, non sarebbe uno scandalo.

Il fatto è che lui costituisce un'eccezione. Salvo circostanze particolari, i soldi posseduti da Gurdjieff venivano da altri lavori. "Ho molti ruoli nella vita... Fa parte del mio destino. Tu pensi che io sia un maestro, ma in realtà [...] ho molte attività", disse Gurdjieff a Fritz Peters (I miei anni con Gurdjieff). Alcune di queste attività sono elencate nel succitato capitolo di Incontri: compravendita di azioni petrolifere, perizie di beni antiquariali, gestione di due ristoranti parigini. A proposito di quest'ultima, esiste un aneddoto curioso: Gurdjieff sfidò ai fornelli lo scultore Constantin Brancusi e il giudice fu Ezra Pound. La palma del vincitore andò al primo (P.B. Taylor, Real Worlds of Gurdjieff). Negli anni Quaranta, Gurdjieff disse a Fritz Peters: "Ho un fiorente commercio di tappeti e possiedo una fabbrica di ciglia finte" (I miei anni con Gurdjieff). P.B. Taylor, storico della Quarta Via, scrive che nel '39 Gurdjieff andò in America con numerose scatole di ciglia finte da vendere (Gurdjieff - A New Life). Come capitò che uno dei maggiori insegnanti spirituali del XX secolo avviasse una simile attività imprenditoriale, non è chiarissimo. Più note sono le sue attività di guaritore e taumaturgo, che gli consentirono di vivere dignitosamente nella Parigi occupata dai nazisti.

In tutte queste attività, Gurdjieff dovette avere un discreto successo, se è vero che per lunghi anni mantenne i suoi famigliari e aiutò (soprattutto durante la guerra) centinaia di persone in difficoltà. Già il primo giornalista occidentale che si occupò di Gurdjieff, C.E. Bechhofer Roberts, in A Journey Through Georgia (1921), scrisse: "[Gurdjieff] non sfrutta i suoi allievi; al contrario, mantiene molti di loro tramite le sue sempre più sottili finanze".

Per l'Istituto e "l'Opera" il Maestro caucasico accettava donazioni, ma (almeno all'inizio) con riluttanza. Lo stesso Fritz Peters faticò a regalargli un migliaio di franchi, alla fine della guerra. Perché? La risposta affonda le radici nell'Insegnamento e si trova sempre alla fine di Incontri: "I miei amici e le persone che provavano interesse o simpatia per le mie idee mi avevano varie volte proposto del denaro, ma io avevo sempre rifiutato, anche nei momenti difficili, perché preferivo superare gli ostacoli con i miei propri sforzi".

Qui è dove il discorso si fa pratico e contiene una lezione, per uno studente di Quarta Via. Quando Gurdjieff diceva che il Lavoro cominciava dal livello del buon padre di famiglia, sapeva di cosa parlava. Egli per primo incarnava le sue parole: "Nessuna via può cominciare a un livello inferiore a quello dell'obyvatel [il buon padre di famiglia]... La capacità di orientarsi nella vita è, dal punto di vista del Lavoro, una delle qualità più utili. Un buon obyvatel è di levatura tale da far vivere con il proprio lavoro almeno una ventina di persone" (P.D. Ouspensky, Frammenti).

Alla domanda "Come si manteneva Gurdjieff?", si può allora rispondere: "Lavorando tanto da mantenere più di una ventina di persone".


Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
dell’ortolano eterno, am’io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto.

mercoledì 9 settembre 2015

Osho e Gurdjieff: fuori dal "carcere", dentro al carcere


Molto è stato scritto sulle analogie e le differenze tra Osho e Gurdjieff. Una delle similitudini meno note e più curiose è che entrambi, mentre insegnavano a evadere da "prigioni" interiori, finirono per questo stesso insegnamento in prigioni esteriori. La disavventura raggiunse entrambi nel Paese in cui il loro lavoro avrebbe dovuto raggiungere la massima fioritura: gli USA.

L'arresto di Osho in North Carolina, nel 1985, è vicenda nota. Quello di Gurdjieff in America, negli anni Trenta, è sconosciuto ai più. La storia è raccontata da Fritz Peters in I miei anni con Gurdjieff e ripresa da J. Webb in The Harmonious Circle. Secondo questi autori, una donna di Chicago cominciò a seguire devotamente Gurdjieff in tutti i suoi spostamenti americani, finché la famiglia non intervenne facendola rinchiudere in manicomio. Quando ella si suicidò pochi giorni dopo, la situazione precipitò: Gurdjieff "venne incarcerato, mi pare, nell'isola di Ellis, per dieci giorni" (Peters). Grazie all'interessamento dei suoi studenti, il Maestro armeno fu liberato, ma dovette lasciare il Paese e in seguito avrebbe incontrato difficoltà a rientrarvi (Webb).

Come Osho, dunque, Gurdjieff fu arrestato per reati verosimilmente mai commessi, rimase in carcere dieci giorni, fu liberato grazie ai suoi studenti e dovette lasciare gli USA. Qui finiscono le analogie e iniziano le differenze. Mentre la detenzione e l'espulsione di Osho sarebbero state da lui più volte denunciate in pubblicosu quelle di Gurdjieff calò il silenzio: il Maestro armeno apparentemente non ne parlò, i suoi studenti tacquero (a eccezione di Peters, studente sui generis) e la biografia più famosa (James Moore) non la menziona. Anche Gurdjieff in the Public Eye 1914-1949, una raccolta di articoli giornalistici su Gurdjieff opera dello studente gurdjieffiano P.B. Taylor, tace sull'episodio. Il risultato è che oggi di un evento così clamoroso abbiamo solo scarne notizie.

Forse per Gurdjieff e i suoi studenti le accuse, la detenzione e l'espulsione erano stati attrito e "pagamento", ovvero esperienze da attraversare in silenzio. In Quarta Via si dice: l'unica autodifesa è l'autoricordo. Anche per questo il tempo è stato galantuomo: oggi tutte le polemiche sono evaporate e di Gurdjieff viene ricordato (quasi) solo l'Insegnamento. Gli "io" hanno lasciato il tempo che hanno trovato.

Vien dietro a me, e lascia dir le genti: 
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti.

mercoledì 22 aprile 2015

Gurdjieff a Roma


In Incontri con uomini straordinari Gurdjieff racconta di essere stato a Roma in gioventù. Non avendo soldi, avrebbe cominciato a fare il lustrascarpe con scarso successo, fino a quando non aggiunse un fonografo Edison e altri ammennicoli alla poltrona dei clienti, per intrattenerli. Grazie a essi, il successo non si fece più aspettare.

L'episodio marginale non ha ricevuto molte attenzioni. James Moore lo considera verosimile, collocandolo intorno al 1890. L'associazione La Teca gli ha dedicato la copertina di settembre 2010 della sua rivista e un articolo a firma di Michele Pirolo. Questo articolo aggiunge al racconto dettagli presi da chissà dove (l'ambientazione a Via Veneto, la presenza di una nutrita concorrenza) e un errore, quando dice che "sicuramente" Gurdjieff tornò in Italia nell'agosto 1949 per partecipare a una conferenza a San Remo con la dottoressa Montessori. Vi partecipò invece Bennett, che poi avrebbe ragguagliato Gurdjieff in un caffé parigino. A parte questo, anche Michele Pirolo sembra credere alla storicità del soggiorno romano di Gurdjieff.

Le fonti sono scarse (di fatto, si riducono a Incontri con uomini straordinari), per cui è impossibile trovare riscontri. Nella sua autobiografia, Bennett scrive che Gurdjieff amava improvvisare racconti simbolici, come quando raccontò l'aspetto del suo futuro chateau, negli ultimi mesi di vita. Un architetto lo prese sul serio e cominciò a parlare di artigiani che avrebbero potuto decorarlo. Gurdjieff lo apostrofò così: "Idiota! Nessun artista può fare come io necessito". Per Bennett, "era evidente a tutti coloro che conoscevano il suo idioma" che l'intera descrizione della nuova casa gurdjieffiana simboleggiava il suo Sistema.

Anche il presunto soggiorno romano di Gurdjieff potrebbe essere una metafora. In tal caso, occorre chiedersi cosa può significare, nella città del Papa, che un maestro spirituale inventi un nuovo, redditizio modo di lustrare le scarpe. È possibile che Gurdjieff, "tosatore di idioti", vedesse il suo Lavoro (anche) come una sorta di costosa lustratina di scarpe per "nullafacenti vanitosi", sottratti ai lustrascarpe (romani) che l'avevano preceduto?  Forse che il Maestro armeno ci sta dicendo che la sua ingegnosità sottraeva pecore al gregge del cattolicesimo romano? 

La mia risposta: sì, è possibile. 


Ed elli a me: Questa montagna è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant'om più va su, e men fa male.


domenica 12 aprile 2015

Cento anni fa


Cento anni fa, forse proprio nella settimana tra il 6 e il 12 aprile 1915, Piotr Demjanovich Ouspensky incontrava Georges Ivanovitch Gurdjieff. È un incontro che ha fatto la storia come quello tra Dante e Beatrice sulle rive dell’Arno, o tra Socrate e Platone sotto i marmi dell’Acropoli.

Per l’occasione rileggiamone il racconto, al capitolo uno di Frammenti di un insegnamento sconosciuto.

Me ne ricordo molto bene…” è l’incipit quanto mai beneaugurante, poiché la Scuola di Gurdjieff è la Scuola del Ricordo. Tuttavia, già un capoverso sotto Ouspensky aggiunge: “Non ricordo l’inizio della nostra conversazione”, e alla pagina successiva “Mi è difficile ricostruire l’inizio della conversazione con gli allievi di G.”: qui Ouspensky assomiglia a tutti noi, uomini addormentati che non sappiamo bene come entriamo nelle situazioni della nostra vita. Le cose ci accadono, non siamo ancora in grado di fare

Eravamo arrivati in un piccolo caffè lontano dal centro…” Ecco l'inizio della tradizione, ancora viva dopo cento anni, di tenere gli incontri di Quarta Via in caffè o atri d’albergo.

Vi era un uomo … che mi colpì subito perché sembrava del tutto fuori posto in quel luogo e in quell’atmosfera … Quest’uomo dal viso di Rajah indiano o Sceicco arabo, produceva, in quel piccolo caffè di bottegai e rappresentanti … l’impressione inattesa, strana e quasi allarmante di un uomo … che non è ciò che pretende di essere.” Gurdjieff è in un ambiente antitetico al suo essere e il contrasto genera energia. Ouspensky comincia ad avvertire che davanti a lui è in atto qualcosa di insolito: una persona si mette volontariamente in una situazione di attrito, perché quest’ultimo alimenta il suo lavoro interiore.

G. parlava un russo scorretto con un forte accento caucasico, e quell’accento, al quale siamo abituati ad associare qualsiasi cosa eccetto che idee filosofiche, rafforzava ancora la stranezza e il carattere sorprendente di quella impressione.” Non solo Gurdjieff è in un presente inatteso: anche il suo passato è sorprendente. Si intuisce che per arrivare lì dove è ha compiuto una lunga strada, costellata di attriti trasformati in carburante per qualche processo interiore.

“… Mi parve che mettesse in ogni risposta molto più di quanto gli chiedessi. Mi piaceva il suo modo di parlare che era, a un tempo, prudente e preciso.” Tutto l’incontro è all’insegna dell’equilibrio tra gli opposti, dell’elettricità tra i contrari. Gurdjieff è un rajah in un caffè di bottegai, parla di filosofia con una lingua da mafioso, si esprime in modo generoso e riservato. Ouspensky è magnetizzato.

Non lo capivo bene.” Eppure, in un certo senso, Ouspensky capì benissimo, tant’è che alla fine dell’incontro si rese conto di dover chiedere subito un altro appuntamento, altrimenti rischiava di “perdere ogni contatto con lui”. La vera comunicazione tra Ouspensky e Gurdjieff stava avvenendo oltre le parole, a livello sottile. I discorsi erano solo un pretesto.

Tutto quanto G. aveva detto mi aveva profondamente interessato. C’erano, lo sentivo, punti di vista nuovi, diversi da tutto quanto avevo incontrato fino a quel giorno.” Ouspensky non era l’ultimo arrivato, ma un conferenziere e uno scrittore di successo, proprio sui temi dell’esoterismo. Conosceva bene l’ambiente, e se ci dice che quei discorsi suonavano assolutamente nuovi nel 1915, possiamo credergli: dopo cento anni, producono lo stesso effetto.

I due prendono una vettura e si recano in un appartamento, secondo Gurdjieff, lussuoso e costosissimo; secondo Ouspensky, di proprietà comunale, disadorno e dato in affitto gratuitamente. “C’era qualcosa di così singolare in questo bluff troppo scoperto che io pensai subito dovesse avere un significato particolare.” Il camuffamento prosegue. Tra le apparenze e la realtà, i fatti e le parole, c’è una distanza in cui l’uomo ordinario rischia di smarrirsi. Urge trovare punti di riferimento e attenervisi: anche il discepolo deve cominciare a essere attivo, o il suo apprendistato si è già concluso.

Le impressioni contrastanti aumentano. Nello stanzone comunale ci sono altri studenti di Gurdjieff, ma: “Gli allievi non potevano competere con il maestro. Appartenevano tutti a quel particolare ambiente piuttosto povero dell’«intellighenzia» moscovita … dal quale non potevo aspettarmi nulla di interessante”. Gurdjieff, dopo aver mostrato la parte positiva dell’Insegnamento (lui stesso, con la sua energia), sottopone l’aspirante allievo alle prime prove: ostacoli da superare per cominciare a meritarsi l’Insegnamento stesso.

Sentivo in loro qualcosa di calcolato e artificiale, come se recitassero una parte imparata in precedenza.” Un’altra tradizione di Quarta Via.

G. non rispose nulla e la conversazione si interruppe. Ma io avevo subito sentito in G. qualcosa di straordinario, e man mano che la serata avanzava, quell’impressione non aveva fatto che rafforzarsi.” Ouspensky è ora lasciato solo a se stesso: deve trovare al proprio interno le ragioni per continuare a frequentare Gurdjieff. D’altra parte, anche nel silenzio prosegue la trasmissione tra Maestro e discepolo.

E qualcosa effettivamente è cambiato: per la buona sorte di centinaia di migliaia di persone, Ouspensky capisce in un lampo che al momento del commiato deve ottenere un altro incontro, o potrebbe non vedere più Gurdjieff. "L’indomani, stesso posto, stessa ora", è la risposta di Gurdjieff. Sottinteso: bisogna cominciare a essere regolari e continuativi nei propri sforzi.

Poi Ouspensky se ne va con un giovane studente di Gurdjieff. Ha la tentazione di fare una battuta stupida, ma si trattiene: la camminata tra i due avviene in silenzio e ciò depone a favore di entrambi. Con questo esempio di proficua continenza, si conclude il resoconto di quel giorno di cento anni fa. La sua onda lunga ancora trasforma uomini e donne di tutti i continenti.

Ed elli a me: Questa montagna è tale,
 che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant'om più va sù, e men fa male.

mercoledì 11 marzo 2015

Dopo Osho, dopo Gurdjieff


"Se mai un giorno abbandonerete questo Lavoro, sarebbe meglio per voi non averlo mai cominciato, perché ciò che di buono potreste aver costruito tramite di esso potrebbe tramutarsi in qualcosa di sbagliato" Ouspensky

Per molti anni ho rimpianto di non essere nato prima e aver conosciuto personalmente Osho. Poi una sera, sul finire degli anni Novanta, in un pub romano mi imbattei in una persona che aveva vissuto molti anni con Osho: stava alzando il gomito senza ritegno e sembrava un ubriacone triste e malinconico. Eppure  era uno di quegli uomini che invidiavo: nei video di dieci anni prima appariva in estasi ai piedi del Maestro. Com’era possibile che ora sembrasse uno sbandato qualsiasi?

Qualche anno dopo, il medico di Osho disse a me e un’amica che eravamo stati fortunati ad arrivare a Pune (dove è l'ashram di Osho) dopo che il Maestro aveva lasciato il corpo: loro, la generazione di quelli che l'avevano conosciuto, erano caduti in fascinazione davanti alla sua bellezza, dimenticando di fare il lavoro necessario per reggersi sulle proprie gambe. In altre parole, finché Osho era stato in vita, quei discepoli erano “vissuti di rendita” sulla sua energia. Scomparso lui, dopo pochi anni cominciarono a manifestarsi sbandamenti simili a quello cui avevo assistito nel pub. Questo non riguardava tutti, ma il rischio c'era.

Non mi sono quindi stupito troppo quando ho visto che nel mondo di Gurdjieff era avvenuto qualcosa di simile. Leggiamo (da Gurdjieff e le donne della Cordata di William Patrick Patterson) cosa scriveva Janet Flanner - una studentessa a cui dobbiamo ottime descrizioni dell’insegnamento di Gurdjieff - quando il Maestro non c'era più: “La tristezza di cui soffro è così profonda che il fatto di essere in vita mi è praticamente insopportabile”. “Non ci sarà più nessun cambiamento … Sarò per sempre sveglia, con lo sguardo fisso, scioccata, in lacrime. Non solo non ho più fede nel futuro, ma ormai il passato mi ha raggiunto e con esso il fatto che non posso più sfuggirgli.”

Ecco invece Margaret Anderson (autrice de L’inconoscibile Gurdjieff) nel 1967: “La mia vita è stata così meravigliosa che preferisco porvi fine anziché vivere in modo mediocre. Oggi la mia esistenza non serve a niente, nessuno ha bisogno della mia devozione. La mia morte in questo frangente è a propos”. “Gurdjieff – un vero miracolo – ci ha suggerito che si può vivere al di fuori dell’umana follia e impotenza. Cos’è avvenuto di quel miracolo? Si è trasformato in un ricordo.”

Fritz Peters ha scritto su Gurdjieff due apprezzati libri. La sua vita successivamente alla morte del Maestro fu piena di rabbia, gelosia, malattie di nervi e alcolismo. Era anche il nipote di Margaret Anderson, con la quale non andava d’accordo e a cui scriveva lettere astiose.

Solita Solano fu segretaria di Gurdjieff e i suoi appunti costituiscono una miniera di spunti per gli studenti di Quarta Via. Prima di morire, nel 1975, cominciò a bere smodatamente e secondo Margaret Anderson "era resa quasi folle dai suoi nervi"; ogni sera il suo chiacchiericcio era "isterico".

Kathryn Hulme, che ha raccontato le sue esperienze con Gurdjieff in un'autobiografia, morì nel 1981, non senza aver prima scritto: “La mia vita è tetra da quando ogni comunicazione con le amiche Solita, Margaret e Janet si è interrotta. Gurdjieff ci aveva avvertito: «Provo pietà per voi. Quando non potrete più sedere alla mia tavola, soffrirete tantissimo…»”.

C’è un filo conduttore nelle ultime deprimenti confessioni di queste persone. Nessuna menziona mai il ricordo di sé, la necessità di fare sforzi per dividere l’attenzione sempre e dovunque. Esistevano gruppi di persone che cercavano di portare avanti il Lavoro di Gurdjieff, ma come aveva scritto Kathryn Hulme, “Com’era possibile affiliarsi a uno di quei gruppi dopo aver bevuto alla Sorgente?”.

Purtroppo il Lavoro non procede per inerzia. Se in passato si è avuto accesso a stati elevati di coscienza, questo non garantisce che lo stesso avverrà in futuro, soprattutto se non si fanno sforzi. Come ha detto uno di coloro che, per ragioni cronologiche, hanno dovuto Lavorare lontano da Gurdjieff: “Chiunque può perdere il Lavoro, basta smettere di fare sforzi”.

O voi che avete l'intelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi strani.

domenica 1 marzo 2015

La Scuola degli Dei


La European School of Economics è un'istituzione di successo che ha sedi in varie città.

Il libro più noto dei suoi fondatori, la Scuola degli Dei, non è un manuale di economia, ma un testo di spiritualità che deve molto, senza dirlo, a Carlos Castaneda e la Quarta Via di Gurdjieff-Ouspensky.

Ridotto all'osso, il libro è l'autobiografia di un imprenditore che incontra un Maestro spirituale detto “Dreamer” e ne trascrive gli insegnamenti  in un taccuino. Spesso l'imprenditore appare agli occhi del suo Maestro così sciocco da suscitargli apparenti ilarità o collera; invariabilmente le parole del Dreamer lasciano tramortito o addirittura atterrito il protagonista, che “agguanta come un’ancora di salvezza il taccuino" e “alla ricerca disperata di un rifugio, si nasconde tra le sue pagine”. Torna alla mente il rapporto tra Carlos Castaneda e Don Juan.

Altri influssi dello scrittore peruviano sono “l'Arte del sognare” e i cosiddetti “sgambetti alla meccanicità”, definiti come un “tendere agguati alle nostre abitudini” o un “diventare cacciatori implacabili di ogni vecchiume in noi”: in altre parole, "l'arte dell’agguato" di Castaneda.

Più numerose sono le reminiscenze della Quarta Via. Nella filosofia del Dreamer sono centrali “l’Antagonista”, “la teoria generale dell’attrito”, “the opposing force” (il Dreamer parla ora italiano, ora inglese) e il “trasformare ogni offesa a proprio vantaggio, ogni insulto in propellente per il viaggio”: Gurdjieff aveva già detto tutto ciò parlando della sua "forza contraria".

Ouspensky ammoniva: “Nulla accade da sé, solo il cadere”. Il Dreamer: “La caduta non ha antagonismi, è libera”. 

Maurice Nicoll: "One's Being attracts one's life". Il Dreamer: “Our level of Being attracts our life".

Quando il Dreamer si fa trovare al “Café de la France”, vestito come un gentiluomo di altri tempi, il protagonista sente “il miracoloso alitargli sul collo”: in filigrana scorgiamo Gurdjieff al Café de la Paix e Ouspensky che scrive In Search of the Miracolous

Il Dreamer è un connaisseur che sa degustare vini e cibi, ma li mangia appena? In Gurdjieff e altri Maestri di Quarta Via si osserva la stessa cosa.

Gurdjieff chiamava “Sistema” o “Lavoro” la sua via: "sistema" e "lavoro" sono alcuni dei nomi usati dal protagonista per la filosofia del Dreamer (che richiede "pagamento").

“Nessuno può farcela da solo… Occorre una Scuola… Occorre incontrare chi prima di noi abbia realizzato la propria prigionia”: non stiamo leggendo Ouspensky, ma la pag. 207 di Scuola degli Dei.

Quanto all’Arte del Sognare, i suoi strumenti sono vivere nell’attimo (“la cosa più preziosa nella vita di un uomo”), essere qui e ora ed essere presenti "per liberarci dall'accidentalità": il linguaggio della Quarta Via.

Si potrebbe continuare, ma chiudiamo qui l'excursus sulle fonti: il Dreamer (o l'autore del libro) non sente il bisogno di rivelare le fonti del suo insegnamento... proprio come Gurdjieff.

Nel libro c'è molto altro e la sua lettura è, è stata e sarà utile a tante persone. Numerose sono le felici invenzioni letterarie: “Il tuo futuro è in realtà il passato visto di spalle”, “Quello che tu chiami presente è di fatto una trasmissione in differita”, “A uomini come te l’agenda serve per dimenticare”, “Al telefono non devi rispondere ‘Pronto, chi è?’, ma ‘Pronto, chi sono?’”, "L'impossibile è il possibile visto dal basso" ecc.

Assente è comunque la chiave di volta della Quarta Via, ciò che regge ogni altra cosa: il ricordo di sé o attenzione divisa. In questo libro si dice piuttosto: "Io sogno, io sono", dove il sogno è "l'arte di credere e di creare". Forse non tutto è stato messo nero su bianco e alcune parti dell'insegnamento sono rimaste segrete. 

La Scuola degli Dei si trova in Rete attribuito ora all’uno ora all’altro dei fratelli Stefano ed Elio d’Anna. Il primo è scomparso l'anno scorso, a un'età non avanzatissima. Nel libro leggiamo: “Segni di invecchiamento e di degradazione sono inaccettabili in chi fa parte di una Scuola dell’Essere”, "Ammalarsi, invecchiare e morire sono cattive abitudini mentali", "Sta avvicinandosi  il momento in cui morire non sarà più di moda". Purtroppo, sembra che in Stefano D'Anna questa parte dell'insegnamento non si sia realizzata.

O voi che avete li 'ntelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi strani.


venerdì 20 febbraio 2015

Festina Lente


Capita spesso di vedere statue o dipinti di due contendenti, uno dei quali è sereno, l’altro agitato. A esempio, dove lavoro c’è una statua quattrocentesca di S. Michele Arcangelo che schiaccia il demonio: quest’ultimo è agitato, mentre S. Michele è imperturbabile.

La serenità non dipende dalla vittoria nella contesa: Apollo non riesce a conquistare Dafne, nondimeno nel capolavoro della Galleria Borghese appare sereno (al contrario di Dafne). La serenità, o distacco, individua i centri superiori nell'uomo; l'agitazione, o identificazione, i centri inferiori.

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli c'è la statua antica di un eros prigioniero di un delfino. Quest’ultimo lo sta stritolando, ma Eros lo abbraccia, e per questo il suo viso esprime serenità. L’accettazione sconfigge sempre il sé inferiore e tiene puliti i centri superiori. 



C’è un’esortazione che Gurdjieff faceva spesso ai suoi studenti e che mi ha creato non poche difficoltà: lavorare velocemente. Magari si complimentava per il buon lavoro svolto, però chiedeva di rifarlo impiegando la metà del tempo. Diceva anche che muovendosi troppo lentamente, le “Influenze C” diventavano “Influenze B”.

A lungo questo consiglio gurdjieffiano è stato per me un punto interrogativo, perché lavorare velocemente non mi produceva alcuno stato.

Finalmente, in un testo minore della Quarta Via penso di aver trovato la chiave per capire dove volesse arrivare Gurdjieff. Si tratta di una precisazione che nessun altro ha riportato, eppure è decisiva.

Dobbiamo essere veloci, veloci. Ma quando si fa in fretta si fa rumore e allora [Gurdjieff] ti dice: «Bisogna lavorare in silenzio». Ho sentito per me l’impossibilità di essere sia veloce sia silenziosa, ma in qualche modo in quel momento mi sembrava di diventarne molto più capace del solito.” (Rina Hands, Il diario di Madame Egout Pour Sweet con il sig. Gurdjieff a Parigi, 1948-1949)

Introdurre silenzio nella velocità è come trovare serenità nelle avversità. Affinché la nostra velocità sia silenziosa, dobbiamo essere concentrati; senza fare attenzione, la velocità produce meccanicamente rumore, così come le avversità producono automaticamente "io" negativi. Siamo di fronte a un altro esempio di feconda congiunzione degli opposti. Cercare di mettere in pratica questo consiglio gurdjieffiano è come realizzare il famoso detto Zen camminare senza piedi e volare senza ali.

I Latini dicevano Festina Lente, affrettati con lentezza. Lente e lento vengono da lenire: rendere molle, far arrendere. Se mi affretto con morbidezza, se mi ricordo di passare sopra le cose senza "pesare", ho la possibilità di fare meno rumore. 

Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
ed al cantar di là non siate sorde.


domenica 8 febbraio 2015

Le parole del ricordo di sé


Paese che vai, ricordo di sé che trovi.

In inglese, "ricordo di sé" è self-remembering, dal latino membrum, "membro, parte del corpo". L'idea implicita è quella di “rimettere insieme le membra”: nell'inconsapevolezza le parti ("i centri") della macchina umana sono sconnesse, grazie al self-remembering ritrovano unità. Il portoghese lembranca de si è affine. 

L’italiano ricordo di sé (equivalente allo spagnolo recuerdo de si) ha al centro ha il latino cor, "cuore". Siamo dunque di fronte a qualcosa che attiva il cuore, o perlomeno ne richiede l’uso. Italiani e spagnoli sono gli unici che quando ricordano, usano sempre il cuore.

Il francese rappel de soi contiene l’idea del fare appello, dell’invocazione o esortazione a se stessi, che può avvenire usando letteralmente parole, come "Sii" o "Appari".

Il tedesco selbst-erinnerung significa “andare dentro di sé”, “volgersi al proprio interno"; il croato samo-sjećanje, "percepire se stessi".

In russo abbiamo pomni sebia. Leggiamo cosa ne scrive Nicolas de Stjernvall, figlio di Gurdjieff: “L’espressione russa è quasi intraducibile, se non impiegando una perifrasi, ossia: «mantieniti sempre vigile, cosciente delle tue azioni e dei tuoi gesti, controlla le tue pulsioni e i tuoi centri interiori»”. Questa è probabilmente l'espressione usata in origine da Gurdjieff.

C’è più verità nella filologia che nella filosofia.” (Gurdjieff)

Quando si imbatté nel ricordo di sé, Ouspensky si rese conto di trovarsi "di fronte a qualcosa di interamente nuovo, che scienza e filosofia avevano fin ora trascurato". Ecco forse perché le versioni nelle varie lingue differiscono: mancando riferimenti, i primi traduttori del Sistema avranno fatto appello a ciò che vi sentivano di più vicino, attraverso le loro varie sensibilità (i loro diversi "tipi di corpo").

D'altra parte, il ricordo di sé è uno stato oltre le parole e dunque intraducibile. Cervantes disse che una traduzione è simile al retro di un arazzo: ma in questo caso, qual è il davanti? 


PS: Grazie a Lee Van Laer per aver fornito lo spunto a questo articolo.


Addendum 1
Addendum 2

Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
ed al cantar di là non siate sorde.

mercoledì 7 gennaio 2015

Il ricordo di sé


Vi racconterò qualcosa che è capitato a tavola con il signor Gurdjieff. Eravamo tutti seduti, quando lui si è voltato e mi ha chiesto: "Lei capisce che cos'è il ricordo di sé?". Gli ho risposto: "Forse non lo capisco". "Ah!", fece il signor Gurdjieff. "Lo ripeta affinché gli altri possano udire." Ho ripetuto: "Forse non lo capisco". Gurdjieff ha detto: "Da oggi, tu sei mio fratello".
 (George Adie)

Quando ho ricordato a un amico questo aneddoto, lui ha commentato: "Io so cosa sia. Ci sono tante cose che ignoro, ma il ricordo di sé lo conosco".
In un certo senso, è vero. Dopo anni di sforzi per ricordare se stessi "sempre e dovunque", uno comincia a sapere che cosa è il ricordo di sé, per così dire ne conosce il sapore. Eppure, trovo che sia preferibile continuare a dire di non sapere che cosa sia, riconoscendo che è infinito e inesauribile.


Proprio ieri camminavo chiedendomi se io so che cos'è il ricordo di sé. Avevo cominciato a rispondermi - "Un cuore acceso", "Tutto più intenso", "Il lubrificante della mia macchina" -, quando un uomo mi è passato davanti e ha detto, prima e dopo una pausa di silenzio (il fatto che io l'abbia sentito è un miracolo):

"QUESTO NON LO SO".


Effettivamente.
Ciò che è bello, io non so cosa sia.
Ciò che è infinito, non lo posso capire.
Però so due cose. La prima, che in risposta a tutto ciò posso provare gratitudine: gratitudine perché in me c'è la possibilità di andare oltre me stesso.
La seconda: che le persone, quando ricordano se stesse, sono più belle, perché sembrano avere la pace nel cuore.
E tanto basta (o meglio: "Enough for today", come diceva sempre qualcuno alla fine dei suoi discorsi).


Lume non è, se non vien dal sereno
che non si turba mai

lunedì 5 gennaio 2015

Jodorowsky, falsario di Gurdjieff?


Ci sono probabilmente dei falsi gurdjieffiani che girano in Rete. Uno è “L’ultima ora della nostra vita”, il cui autore più volte è stato riconosciuto in E.J. Gold; un altro sono gli “Insegnamenti di Gurdjieff alla figlia Reyna D’Assia”, a cui invece molte persone sembrano ancora credere. Per quanto io ne sappia, nessuno ha mai argomentato dati alla mano sulla veridicità di questi “Insegnamenti”, dunque offro qui i risultati della mia breve ricerca al riguardo.

Gli “Insegnamenti” sono contenuti nel libro “Il maestro e le maghe” (Feltrinelli), al capitolo “Il lavoro sull’essenza”. Qui si dice che nel 1924 Gurdjieff andò in America e mise incinta una cameriera tredicenne: ne nacque Reyna D’Assia, che molti anni dopo avrebbe conosciuto Jodorowsky. L’incontro tra i due sarebbe avvenuto in seguito a una presentazione del film “El Topo”, quindi nel 1970. Tra i due scoppia una love story surreale, che già da sola dovrebbe farci dubitare della veracità del racconto (“[Reyna D’Assia] si infilò nella vagina un pezzetto di spago sottile e un momento dopo me lo posò sulla mano dopo avergli fatto un nodo”).
Si è quasi certi però che l’intera storia è frutto della fantasia di Jodorowsky solo studiando le date.
Gurdjieff avrebbe chiesto al suo allievo Alfred Orage di educare Reyna D’Assia, cosa che sarebbe avvenuta fino a quando quest’ultima compì il tredicesimo anno. Ma Orage morì nel ’34, quando Reyna doveva avere 9 o 10 anni, dunque il fatto è impossibile.
Il racconto è poi corredato da foto. In una si vede Gurdjieff con una bambina di quindici anni massimo, indicata come Reyna: peccato che il fotogramma sia tratto dal noto filmato (visibile su Youtube) girato davanti all’ultima casa di Gurdjieff a Parigi, nel ’48/’49. Un’altra foto è alla fine del racconto: qui una donna regge in braccio un bambino di cinque anni circa. Sarebbero Reyna con il figlio avuto da Jodorowsky, pertanto la foto andrebbe datata intorno al 1975, ma la donna ritratta dimostra 35 e non certo 50 anni.
Infine, Dushka Howarth, l’ultima figlia di Gurdjieff, disse che i figli di Gurdjieff erano sei e nessuno aveva mai sentito parlare di Reyna D’Assia.

Per concludere: la sensazione è che Jodorowsky si sia inventato tutto, disseminando il racconto di indizi che permettessero agli addetti ai lavori di capire l’imbroglio. All’inizio del libro è scritto: “Tutti i personaggi, i luoghi, i fatti, i libri e i sapienti che ho citato sono reali”. Ma altrove Jodorowsky ha detto (su Castaneda): “Se i suoi racconti sono un imbroglio, sono un imbroglio sacro”. È probabile che con lo stesso ragionamento egli si sia autoassolto scrivendo “Il lavoro sull’essenza”. Tutto questo ci può anche stare, ma se Jodorowsky evitava di scrivere che il cinquantenne Gurdjieff aveva messo incinta una cameriera tredicenne, era meglio. 
A ogni buon conto, io ora prendo tutto ciò che Jodorowsky scrive cum grano salis.
(Immagine: “Caravaggio”, Luciano Ventrone, 1984)

Lume non è, se non vien dal sereno
che mai si turba

domenica 4 gennaio 2015

Ulisse


Qualche tempo fa, con amici da tutto il mondo feci un viaggio a Itaca che fu un “viaggio a Itaca” in tutti i sensi. Forse su questo blog parlerò più in dettaglio di quel viaggio. Per ora mi limiterò a dire due, tre cose sull’episodio delle sirene, perché lo studio dell’Odissea come metafora del cammino interiore faceva parte di quel viaggio.

Sulla nave che costeggiava lo scoglio delle sirene c’era un solo uomo che sarebbe arrivato fino a Itaca: era l’unico che non stava remando, che non si era tappato le orecchie, che si stava esponendo completamente ai rischi del viaggio. Tutti gli altri – che sudavano sì ai remi, ma comodi e sicuri nelle loro orecchie tappate – Itaca non l’avrebbero mai vista. Esponendosi al pericolo, e attraversandolo indenne, Ulisse raccoglieva l’energia necessaria ad arrivare a Itaca. Ma come si esponeva al pericolo, Ulisse?

1)     con le istruzioni divine ricevute da Circe (una semidea che l’aveva istruito ben bene prima di lasciarlo partire);
2)     con l’aiuto dei compagni di viaggio;
3)     delineando in anticipo una strategia precisa (si farà legare all’albero maestro e se cercherà di liberarsi, i compagni dovranno rafforzare i nodi).

Detto in altri termini, Ulisse “lavora in modo preciso con qualcosa di preciso”; ovvero, il passaggio di Ulisse attraverso le sirene è una metafora della vita spirituale secondo gli insegnamenti di Gurdjieff. Nella Quarta Via creata da questo ultimo, ci si espone alla vita, ci si appoggia sui compagni di viaggio (e li si appoggia), si fa affidamento sull’aiuto dall’alto e si cerca di avere una strategia che aiuti ad attraversare indenni il pianeta Terra.

Un’altra cosa. Vincendo le sue sfide, Ulisse sviluppa energia sufficiente a salvare non solo se stesso, ma anche i suoi compagni di viaggio. Questi ultimi combinano disastri e si perdono definitivamente solo allorché Ulisse dorme. La prima volta, quando sciolgono l’otre dei venti offerto da Eolo; la seconda, quando mangiano le vacche sacre a Zeus.
Anche questa è una metafora di una Scuola spirituale o dei Misteri. In quest’ultima, è noto, si sta sotto l’ombrello di un Maestro, il quale sperabilmente sa creare l’energia sufficiente ad aiutare non solo se stesso, ma anche gli altri. L’Odissea ci insegna che bisogna fare molta attenzione a quei momenti in cui, per i motivi più svariati, l’ombrello si chiude. Spesso (coincidenza?) ciò avviene proprio mentre stiamo passando sotto una grondaia.

Lume non è, se non vien dal sereno
che non si turba mai

sabato 3 gennaio 2015

Il conoscibile daddy Gurdjieff


La mole di letteratura prodotta su Gurdjieff è imponente, eppure continuano a uscire nuovi libri. Tra questi, negli ultimi anni, la nuova edizione di L’inconoscibile Gurdjieff  di Margaret Anderson e Daddy Gurdjieff di Nicolas de Stjernvall.

Il secondo, scritto da uno dei figli di Gurdjieff, è un libro curioso: Mr. G. non vi fa sempre una bella figura. Nicolas de Stjernvall era figlio di un uomo venerato come un dio in terra da molte persone; un dio che, tra l'altro, lo aveva assunto come segretario tuttofare, ruolo che lo metteva in condizione di rendersi conto dello “stupefacente al massimo” “potenziale sessuale” paterno. Ciò spiega forse l'abbondanza di aneddoti non edificanti e un po' risentiti sul celebre genitore. Curiosità (tante) a parte, la lettura di questo libro è utile nella misura in cui prendiamo le distanze dagli "io" dello scrittore, che per sua stessa ammissione non è molto interessato agli insegnamenti di Gurdjieff, e proviamo a vedere oltre. Scorgere tra le righe una verità che magari è sfuggita anche al narratore è in questi casi lo sforzo giusto.

Ecco un frammento illuminante. 

Gurdjieff, Nicolas e un amico di quest'ultimo sono in gita fuori Parigi. A un certo punto...

«Eravamo seduti su una panchina pubblica a chiacchierare allegramente e a scherzare, non ci annoiavamo. In quel momento, vedemmo passare G. con l'aria piuttosto accigliata, le mani nelle tasche del soprabito leggero, il cappello floscio in testa. Ci lanciò uno sguardo strano e non si fermò per niente, si astenne da qualsiasi commento. Si annoiava proprio, era chiaro!

Ci domandavamo, Valia e io, che cosa avesse spinto George Ivanovitch a venire fino lì e a imporsi un soggiorno così scialbo e inutile.
Ancora adesso non l'ho ben capito!»

Ecco come qualcuno più focalizzato sul Lavoro di quanto non fosse Nicolas avrebbe potuto vedere lo stesso episodio: dopo una vita di insegnamenti sul Ricordo di Sé, il padre/Maestro Gurdjieff vede il figlio chiacchierare spensieratamente e si rende conto che non fa alcuno sforzo di dividere l’attenzione "sempre e dovunque". Cerca di ricordarglielo con uno sguardo silenzioso, ma tutto quello che Nicolas coglie è l’occhio strano di un uomo che si annoia per un soggiorno scialbo. Ancora quando scriveva il libro, cinquanta anni dopo, Nicolas non aveva ben capito!  


Anche con L’Inconoscibile Gurdjieff è bene fare uno sforzo oltre il normale (come sempre quando si tratta di Gurdjieff). Tale libro, infatti, andrebbe letto nell'originale inglese. Ecco perché, attraverso tre esempi:


1)    Al cenone del Natale 1936, «l’inserviente russa mi confida: “Dall’una all’alba arriveranno i poveri”». L’originale inglese fa: «The Russian maid told me: —“After one o’clock until daylight the poor will come … and the place will stink”». In italiano sparisce il commento leggermente insofferente sul cattivo odore.
2)      La frase «You are at a disadvantage with a person who repulses or attracts you» contiene un’idea importante: «Sei in una posizione di svantaggio se una persona ti ripugna o ti attrae», significando che l’identificazione ci indebolisce. Nel libro abbiamo invece: «Vi sentite a disagio con una persona che vi ripugna come con una che vi attrae». È diverso.
3)     «We should spend our lives upgrading our energies» diventa: «Dovremmo passare la vita intensificando le nostre energie» anziché «elevandole di livello». Anche qui, il significato è diverso. 

Una volta, un Amico mi disse che nel presente c’è sempre molta attività, che esso è attivissimo; se vogliamo essere in sintonia con il presente e tenerne il passo, occorre essere attivi a nostra volta (anche se poi "Non c'è attività più grande dell'essere presenti in silenzio"). Ricordiamoci di essere attivi anche quando leggiamo un libro: scaviamolo, interroghiamolo, assorbiamolo. Altrimenti, rischiamo che gli io dello scrittore vadano semplicemente ad aggiungersi ai diecimila che già abbiamo.



Lume non è, se non vien dal sereno
che non si turba mai