domenica 29 novembre 2015

Appunti sull'attenzione divisa


Ogni genitore con un bambino piccolo sembra un'incarnazione dell'attenzione divisa: qualunque cosa stia facendo, non può dimenticare il bambino, perché la disattenzione del genitore può significare un pericolo per il figlio piccolo. Ogni genitore sta dunque Lavorando, senza saperlo? Non proprio.

Lo sforzo influenzato dalla necessità o dal desiderio non è sforzo. Ricordare se stessi è uno sforzo, perché nessuno shock esterno può costringerci a farlo. Gurdjieff (dagli appunti di B. Ferapontoff)

L'attenzione divisa che cerchiamo è dunque quella non imposta dalle circostanze esterne. Come per il ricordo di sé, essa deve essere "la propria ricompensa".

Thomas de Hartmann ha parlato di questo nel giugno '54, a un gruppo di studenti. Leggiamo dagli appunti di Thomas C. Daly:

L'attenzione e la volontà generate da oggetti esterni, tramite i sensi, non sono nostre. Fanno parte del meccanismo della Natura: la Natura è all'opera su di noi. Noi non conquistiamo la Natura; la Natura conquista noi ... Tuttavia, esistono un'altra Attenzione e un'altra Volontà che non nascono fuori di noi, ma dentro di noi. Questa Attenzione è l'inizio della vera Consapevolezza, e questa Volontà è l'inizio del libero arbitrio. Con questa attenzione, possiamo osservare noi stessi; con questa Attenzione, possiamo ricordare noi stessi. Con questa Volontà, possiamo fare sforzi per conseguire il nostro scopo più grande: completare noi stessi.

L’attenzione divisa che ci serve non è quella imposta dalle circostanze, ma quella assunta volontariamente. Niente nella situazione ci costringe a dividere l’attenzione, eppure la dividiamo lo stesso. Questo è lo sforzo che fa anima.

All'inizio dell'incontro, la moglie Olga de Hartmann aveva detto (sono le sue uniche parole riportate): C'è una sola cosa importante: sviluppare davvero le nostre potenzialità. Non dovremmo accontentarci di niente altro e niente di meno.

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
dell’ortolano eterno, am’io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto.

venerdì 27 novembre 2015

Taliesin


Nel 1940, lo studente di Quarta Via C.S. Nott soggiornò a Taliesin East, lo studio-scuola di architettura creato da Frank Lloyd Wright. Esso gli apparve "un paradiso in terra, dove i nostri figli cominciarono a sbocciare come fiori trapiantati da un terreno arido a un suolo fertile". "Tornare a Taliesin era tornare alla vita come dovrebbe essere: non una vita di soli denaro, affari e politica, ma la vita propria dell'uomo fisico, dell'uomo emozionale e dell'uomo intellettuale, capaci di lavorare armoniosamente insieme." "Taliesin rappresentava la cultura più elevata rinvenibile in America ... A parte il Prieuré [l'Istituto di Gurdjieff in Francia], che ovviamente si situava a un livello ancora più elevato, la vita a Taliesin era la più piena che si potesse avere su questo pianeta. Era una vita tricentrica: il clima mite, la campagna meravigliosa, il cibo ottimo e il lavoro fisico; l'armonia degli edifici, la musica, i buoni film e il canto; le conversazioni a tavola e le stimolanti lezioni di Frank Lloyd Wright agli allievi ... rappresentavano quanto di meglio la vita ordinaria potesse offrire. Tuttavia, a parte la scuola di architettura, la persona che ispirava la vita della comunità era [la moglie] Olgivanna Lloyd Wright; e lei aveva ricevuto ispirazione dal Prieuré, lavorando con Gurdjieff" (Further Teachings of Gurdjieff).

Diana Huebert Faidy, di cui abbiamo già parlato, riteneva Olgivanna la sua seconda insegnante nel Lavoro, dopo la morte di Gurdjieff, e "una delle tre donne, secondo la mia comprensione, designate da Gurdjieff per portare avanti il suo lavoro". Nei suoi appunti è contenuto, sembra, l'unico resoconto del primo, intenso incontro Gurdjieff/Wright. Il secondo non voleva incontrarlo, ma la moglie lo convinse con queste parole: "Ovunque vai, sei il numero uno. Non ti interesserebbe per una volta essere il numero due?". Quando Wright disse, anni dopo, che avrebbe mandato i propri allievi da Gurdjieff, affinché quest'ultimo iniziasse su di loro il lavoro che lui (Wright) avrebbe portato a termine, Gurdjieff rispose: "Idiota! Tu inizi, io termino!". La moglie troncò la discussione dicendo che il Maestro caucasico aveva ragione.

Nel 1955, Olgivanna scrisse un libro, The Struggle Within. Esso contiene la filosofia che aveva permesso a Taliesin di apparire "un paradiso in terra", dove si conduceva una vita nutriente a livello fisico, emozionale e intellettuale. Questo libro è un testo di Quarta Via che non usa il linguaggio della Quarta Via né cita mai i nomi di Gurdjieff od Ouspensky. "Quando l'uomo dà il benvenuto alle difficoltà e lotta consapevolmente per acquisire comprensione, vede la vita come la grande scuola della conoscenza eterna. Solo allora può colmare l'attività in cui è assorbito mediante contenuti spirituali." "Quando siamo svegli, siamo nutriti da ogni impressione e reazione alla vita. È nel sonno dell'inconsapevolezza che siamo scollegati dal nostro essere interiore, ritrovandoci esauriti alla fine della giornata." "Qualunque sia la tua debolezza - caffè, sigarette, cibo, bevande, discorsi - prova ad abbandonarla per un periodo di tempo che ritieni fattibile. Datti un preciso limite temporale e attieniti al tuo voto interiore ... Chi ritiene di non avere debolezze non ha dentro di sé materiale da costruzione, possibilità di moto ascendente. L'altro lato della debolezza è la forza. La debolezza può essere volta a grandi scopi quando è padroneggiata."

Taliesin East, il paradiso in terra, era stata ottenuta mediante un grande pagamento. Quella che C.S. Nott vide nel 1940 era una comunità che dal 1914 in poi era sopravvissuta a una strage criminale, due roghi e un pignoramento. Averla fatta sempre risorgere deve essere stato un notevole supersforzo. Nelle comunità Taliesin vissero o soggiornarono Madame de Salzmann, i coniugi De Hartmann e Gurdjieff stesso.

Secondo James Moore, all'indomani della morte di Gurdjieff,  Lloyd Wright avrebbe preso la parola a un convegno pubblico per dire: "Il più grande uomo della Terra è appena morto. Il suo nome era Gurdjieff".

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
dell’ortolano eterno, am’io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto.

giovedì 26 novembre 2015

Una frase di Jane Heap


A Monograph (1987) è una raccolta degli aforismi di Jane Heap (1887-1964), nota studentessa e insegnante di Quarta Via.

Alcuni di questi aforismi sono probabilmente suoi, altri certamente no, altri ancora sembrano citazioni di Gurdjieff.

Tra questi ultimi, troviamo un classico enunciato di Quarta Via: "Non opporti mai a qualcuno con lo stesso centro, offrine sempre un altro". Il che vuol dire, a esempio, che se vogliamo controbattere a qualcuno che si è avvicinato a noi con il centro emozionale, dovremmo farlo dal centro intellettuale, e viceversa.

Il punto qui non è tanto entrare in competizione con l'altro, quanto diventare attivi. Reagire con lo stesso centro con cui siamo apostrofati vuol dire subire passivamente le influenze a cui siamo sottoposti; fermare la catena meccanica delle associazioni e passare a un altro centro vuol dire Lavorare.

Ogni bravo venditore lo sa: a una lamentela fatta dal centro istintivo (quindi contenente emozioni negative) egli deve rispondere dal centro intellettuale o emozionale, perché se rispondesse dallo stesso centro, rischierebbe di perdere il cliente.

Questo discorso si ricollega a un aforisma che leggiamo qualche pagina dopo: "Non lavorare contro la forza contraria, ma con essa". In questo caso, se al centro istintivo altrui oppongo il mio, sto operando contro la forza contraria; se adopero intenzionalmente un altro centro, sto usando la forza contraria per essere più presente, ovvero sto Lavorando con essa.

Giova ricordare che essere più efficienti nella vita non è lo scopo del Lavoro. Con questa pratica, questi aggiustamenti di tiro, non accediamo necessariamente a uno stato superiore di coscienza: stiamo semplicemente contenendo il sé inferiore, impedendogli di prendere troppo spazio. 

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
dell’ortolano eterno, am’io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto.

mercoledì 25 novembre 2015

Psicosi di massa


Further Teachings of Gurdjieff di C.S. Nott è un libro che accenna più volte all'atteggiamento con cui Gurdjieff visse gli anni turbolenti della Seconda Guerra Mondiale.

Gurdjieff non rispondeva alle mie domande sulla guerra imminente, ma diceva piuttosto che non bisognava lasciarsi prendere dalla psicosi di massa, che occorreva lottare per affrontare in modo intelligente qualsiasi situazione si presentasse (p. 123; mia traduzione).

Arrivarono degli studenti americani che avevano lasciato Parigi subito prima dell'arrivo dei tedeschi. Gurdjieff li aveva ammoniti a non lasciarsi irretire dall'onda della psicosi di massa e a "contenersi" - 'Iramsamkeep', "io conterrò me stesso" (p. 167).

Secondo questo libro, evitare la psicosi di massa significa anzitutto "porre il Lavoro tra se stessi e la vita". Abbiamo in noi le terrificanti gargoyle di Notre Dame, scrive Nott, e dobbiamo guardarle in modo indiretto, altrimenti ci pietrificherebbero come la testa di Medusa: tra noi e loro ci devono essere le idee dell'Insegnamento, ovvero l'auto-osservazione e il ricordo di sé. 

Quando Kathryn Hulme andò a trovare Gurdjieff nella Parigi appena liberata, ebbe l'impressione che lui fosse ignaro degli eventi principali del conflitto, e glieli riassunse. Uno dei modi di restare indenni alla psicosi di massa potrebbe dunque essere esporsi il meno possibile all'influenza dei mass media, ma in realtà non sappiamo se Gurdjieff, di fronte alla studentessa in divisa dell'esercito americano, non stesse simulando. Più sicuro sembra il fatto che egli non si lasciò mai andare a esprimere degli "io" sulla guerra. Il silenzio di fronte all'attrito fu probabilmente una ricetta per la salute interiore e allo stesso tempo "un modo intelligente" di affrontare la situazione.

Anche se gli eventi erano contro Gurdjieff e la sua vita esteriore sembrava in un'ottava discendente, quella interiore era su un'ottava ascendente, perché lui aveva fatto uso di ogni circostanza ed evento per accrescere il suo essere e quindi la comprensione (p. 71).

La psicosi di massa di ottanta anni fa sembra ricorrente; oggi come ieri, dare troppa attenzione alle notizie che la generano può pietrificarci: in questi momenti si capisce più che mai perché l'Insegnamento viene paragonato a "un'Arca in cui si può trovare riparo dal diluvio", contenente "i semi da cui possono svilupparsi una cultura e una civiltà autentiche" (p. 113).

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
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martedì 24 novembre 2015

Il cibo del Maestro


Circa un giorno dopo, [Gurdjieff] mi chiamò nella sua dispensa. Questa dispensa, che sarebbe divenuta famosa, traboccava di ogni sorta di cibo delizioso da ogni parte d'Europa e del Medio Oriente ... Gurdjieff prese tre grandi scatole che riempì con venti diverse leccornie: dolci, salumi, marmellate ecc. "Ora", disse, "portane una a Madame Ouspensky" ... Inutilmente [Madame Ouspensky] cercò di dissimulare la gioia quando aprii il pacco per lei." (C.S. Nott, Further Teachings of Gurdjieff)

Quello che fa l'allievo alla presenza del Maestro, è assorbire. In superficie ascolta, assapora l'eventuale cibo (in India: prasada): di questo, nulla va rifiutato. È trasmissione di conoscenza, ed essa non deve incontrare barriere. Improprio, interrompere le parole magistrali con obiezioni: si arresterebbe il flusso. Leggendo le trascrizioni in altro luogo e momento, qualcuno potrebbe dire: "Non sono d'accordo", ma in quegli istanti il disaccordo è impossibile. Le parole sono solo un veicolo. Il cibo che viene offerto dal Maestro nutre a un altro livello e non fa mai male. La cucina di Gurdjieff è il tinello della festa perpetua, del Natale magico. Si ritorna bambini, e da lì si è presenti. 

In certi momenti, a un osservatore esterno l'evento potrebbe sembrare insignificante: una cucina qualsiasi, un pasto, parole normali. Ma l'allievo sa che a un certo punto verranno dette parole significative, dietro l'evento ordinario si scorgerà in filigrana il miracoloso. C'è solo da restare passivi e bere, mangiare nei due mondi. Mangi con la bocca, e allo stesso tempo il cuore si impregna. Odi cose discutibili, vorresti intervenire, controbattere: ma sei oltre. Colano su di te le stelle, in quei momenti. È tutto giusto, tutto sacro: tacendo hai superato una prova e l'esperienza può diventare più profonda. A Roma, nell'oratorio di S. Barbara al Celio, si conserva la mensa di S. Gregorio: quando lui distribuiva il cibo ai poveri, alla sua tavola "appariva un angelo". Il cibo del Maestro, ricevuto in "povertà di spirito", diventa "pane degli Angeli".

Fu detto qualcosa sull'accattivarsi i sentimenti altrui. Io osservai: "In Inghilterra, dicono che per un uomo la via al cuore passa attraverso lo stomaco". Gurdjieff commentò: "Vedi, persino in Inghilterra ogni tanto dicono qualcosa di interessante!". (C.S. Nott, Further Teachings of Gurdjieff)

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
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domenica 15 novembre 2015

In viaggio


Il rientro, martedì 24.

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
dell’ortolano eterno, am’io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto.

venerdì 13 novembre 2015

Edizioni inglesi, edizioni italiane


All'inizio di questo blog segnalai che a mio avviso era preferibile leggere l'originale edizione inglese de L'inconoscibile Gurdjieff anziché la versione italiana. Recentemente, ho pensato lo stesso per altri libri. 

Come ho scritto nei giorni scorsi, Tu l'amerai di T. Tchekovitch è la versione italiana del libro intitolato Gurdjieff: A Master in Life. I due libri sono quasi identici, ma la versione inglese ha delle frasi in più che spiegano meglio il Lavoro interiore (forse aggiunte in un'edizione successiva?).

Gli appunti di Diana Huebert, a cui ho accennato ieri, riportano questo aneddoto che sarebbe stato narrato da Fritz Peters. Non ricordo di averlo letto nei libri gurdjieffiani di quest'ultimo, nemmeno in inglese. Potrebbe essere stato eliminato in edizioni successive (ipotesi corroborata dal fatto che persino questi appunti privati rimproverano Peters per aver riferito in modo incompleto l'episodio). Lo riporto in inglese:

Some members did not survive the shocks and turned from Gurdjieff forever as a teacher. Others were so badly shaken in the upheaval that it was some time before they were able to confront the weakness which Gurdjieff had attempted to expose and uproot with such force.
Fritz Peters has recounted the story of one couple who followed Gurdjieff to New York shortly after his last visit to Chicago, giving up their jobs and uprooting their lives to continue their work in closer proximity to the Master. Their young daughter of fourteen accompanied them and it is quite possible that their move was prompted in part in order that she at an impressionable age would have this early exposure to Gurdjieff and his work.
Mr. Peters did not relate certain facts bearing on the case. But Gurdjieff was aware of the innermost weaknesses and immaturities of their individual natures which had caused each to take a lover although ostensibly holding the marriage intact. Thus when Gurdjieff suggested in dead seriousness and with all the innuendo and subtlety of which he was capable that their daughter become his mistress, they being blind to their own inner state were dealt a blow in the area of the erotic by means of the daughter. Their prurient horror of this base suggestion shattered their faith in Gurdjieff as a teacher which was echoed by another couple, members of our group, who were aunt and uncle to the young girl. To my knowledge, the parents were unable to face their reflection in the mirror and never returned to group work after their hasty departure. The second couple I learned later had become members of the theosophical society.

Da ultimo, segnalo che Gurdjieff e le donne della Cordata di W.K. Patterson (Ladies of the Rope) ha un complemento molto interessante nel libro uscito tre anni dopo, The Women of the Rope, non tradotto in italiano. Esso è la raccolta integrale degli appunti di Kathryn Hulme e Solita Solano, presentata senza commenti.

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
dell’ortolano eterno, am’io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto.